La tecnologia del non fare e un infondato ottimismo

Va riconosciuto che i governi degli ultimi dieci anni, compreso quello attuale, hanno tentato un cambio culturale in tema di innovazione ed economia digitale, anche dal punto di vista lessicale. Il governo Monti ha introdotto il termine start up nelle leggi. Il governo Renzi le tecnologie delle Scienze della vita per il progetto dello Human Technopole, quello Gentiloni il 4.0 nell’industria manifatturiera. Il governo Conte ha dato un’ulteriore spolverata al dizionario della nuova politica citando in poco più di un semestre l’avveniristico progetto Hyperloop di Elon Musk, le stampanti 3D come surrogato della Tav e le auto che si guidado da sole, comparse ufficialmente nel Def come la tecnologia che metterà fine ai morti per incidenti stradali entro il 2050. In Cina il ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, ha svelato che c’è un progetto ancora più ambizioso di rinnovamento lessicale: l’Italia, ha detto, sarà una «Smart Nation», una definizione che occhieggia spudoratamente alla propaganda di successo che Israele è riuscita a fare con la sua politica della «Start up Nation». L’idea è buona, peccato che l’innovazione non si faccia con il marketing: nella Legge di Bilancio non c’è traccia di politiche per investire di più in Ricerca e sviluppo, il vero propellente della nuova economia. Non si parla di educazione, unico viatico verso le professioni del futuro. E anche l’impianto per l’impresa 4.0 – uno dei pochi territori di incontro tra un governo degli ultimi anni e la Confindustria – è stato largamente depotenziato.

Quella inseguita dal governo pentaleghista rischia di essere la prima «tecnologia del non fare»: il pericolo a volere guardare troppo in avanti, come un mondo in cui i container non si sposteranno più grazie a un’economia on demand di beni e prodotti stampati in 3D, è l’immobilismo, una sorta di speranzoso ottimismo che consiglia di attendere i risultati futuri senza progettare il presente. L’innovazione può essere la maschera dietro cui si nasconde la retorica se non è alimentata da fatti e numeri. Israele, per evitare di cadere in questa trappola, investe ogni anno una cifra record pari al 4 per cento del Pil in Ricerca e sviluppo. Noi l’1,3. Nelle economie occidentali a forte sviluppo industriale il declino dell’occupazione tradizionale è un fatto a tal punto inevitabile che si è registrato anche nei Paesi a forte crescita come la Germania e gli Stati Uniti. La differenza, come ricordava già Keynes, può venire solo dagli investimenti in nuove tecnologie. E noi non partiamo da zero nonostante il nostro vittimismo cronico: nella robotica siamo i sesti esportatori al mondo. L’industria delle biotecnologie sta emergendo, nonostante l’assenza di un contributo pubblico che ci ostiniamo con la Cdp a concentrare su un improbabile mondo delle start up digitali pure. D’altra parte i nostri scienziati non sono secondi a nessuno: due talenti italiani come Alessandra Biffi e Paolo Fiorina, prima di tornare in Italia per fondare una Biotech a Milano, Altheia Science, e tentare di curare il diabete di tipo 1 che colpisce 40 milioni di persone nel mondo, erano la prima a capo della Gene Therapy Division del Boston Children’s Hospital presso la Harvard Medical School, il secondo ad Harvard. Uno spin off dell’Iit di Genova guidato da Vittorio Pellegrini ha appena trovato i finanziamenti per creare la prima linea di produzione di grafene puro. Tecnologie del fare.

Che le auto a guida autonoma promettano la riduzione (se non la fine) degli incidenti è uno dei punti di forza nella propaganda delle società come Google che l’hanno introdotta. Lo speriamo tutti. Ma questo poco aiuta nella pianificazione dello sviluppo industriale del Paese. Il ritardo nel progresso digitale è senza dubbio una delle zavorre del Pil italiano. In passato, e per anni, questo ha coinciso con il ritardo nello sviluppo dell’infrastruttura a banda larga anche a causa delle discese in Italia di azionisti stranieri, talvolta in aperto conflitto di interessi come nel caso di Telefonica. Ma oggi serve più una leadership che un manuale di istruzioni sull’intelligenza artificiale. Servono persone competenti e che possano decidere: se Di Maio, come ha svelato sempre in Cina, vuole introdurre uno sgravio fiscale per le imprese che hanno un innovation manager varrebbe forse la pena di pensare a dare il buon esempio con un ministro dell’Innovazione, una figura che molti Paesi europei hanno ormai da anni. A Dubai c’è anche un ministero per l’Intelligenza artificiale, una figura improbabile, ma è inutile nascondersi che un commissario straordinario per la digitalizzazione della Pubblica amministrazione, senza un endorsement politico, è una cura palliativa. E forse un alibi per non fare. Aspettando la prossima tecnologia avveniristica ci si ritrova alla fermata di Godot.

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